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Il peccato non è desiderare


di Membro VIP di Annunci69.it YourBestItalianFrien
08.09.2026    |    526    |    2 9.2
"Ma forse è arrivato il momento di avere il coraggio di formulare anche l’accusa opposta: quante coppie abbiamo lentamente ammazzato insegnando agli uomini a nascondere ciò che desiderano e..."
Ci hanno insegnato prima a vergognarci del desiderio e soltanto dopo, forse, ad amare.

Non è necessario prendersela con la fede, con Dio o con chi vive serenamente la propria religione. Il punto è molto più preciso: la morale sessuale cattolica tradizionale ha costruito per secoli una gerarchia del desiderio, stabilendo non soltanto quali comportamenti fossero moralmente accettabili, ma anche entro quali confini la sessualità stessa potesse considerarsi ordinata. Il sesso trova il proprio spazio legittimo nel matrimonio, la sessualità coniugale viene legata all’unione degli sposi e all’apertura alla vita, la lussuria è un vizio e alcuni desideri e comportamenti vengono definiti moralmente disordinati. È una costruzione coerente con una determinata visione religiosa dell’essere umano; il problema comincia quando quella morale smette di essere una scelta personale e diventa l’alfabeto emotivo con cui un’intera società insegna anche ai non credenti a interpretare il desiderio.

Il peccato, in altre parole, è uscito dal confessionale ed è entrato nella camera da letto. E anche quando Dio non c’era più, in qualche modo è rimasto il giudice. Abbiamo magari smesso di confessarci, ma non necessariamente di sentirci in colpa; abbiamo imparato a convivere, divorziare, usare contraccettivi, guardare pornografia, fantasticare su altre persone e sperimentare sessualmente, mentre da qualche parte è sopravvissuta l’antichissima distinzione fra ciò che una persona “perbene” dovrebbe desiderare e ciò di cui dovrebbe vergognarsi persino di aver pensato.

A questa eredità abbiamo aggiunto un altro capolavoro culturale: all’uomo e alla donna non abbiamo mai consegnato lo stesso regolamento. Il marito tradisce? Sarà pure uno stronzo, ma difficilmente per questo viene messa in discussione la sua dignità sessuale. Va con una prostituta? Compare immediatamente il vecchio repertorio delle indulgenze: «Sai come sono gli uomini». Cerca di nascosto esperienze che non avrebbe mai il coraggio di confessare alla moglie, magari inseguendo desideri che pubblicamente negherebbe persino di avere? Si costruisce una doppia vita, certo, ma culturalmente esiste da sempre un intero vocabolario pronto a normalizzarla: il maschio ha le sue esigenze, il maschio è cacciatore, il maschio prima o poi guarda altrove.

Non è soltanto folklore. Nei dati raccolti tra il 1987 e il 2010 dal Telefono Verde AIDS e IST dell’Istituto Superiore di Sanità, fra oltre 95.000 telefonate analizzate di clienti di sex worker, il 99,5% proveniva da uomini. Il dato non significa, naturalmente, che il 99,5% degli uomini italiani frequenti sex worker, né può essere utilizzato per stimare quanti mariti lo facciano: descrive una popolazione specifica che si è rivolta a quel servizio. È però una finestra concreta su un universo maschile che la famiglia rispettabile ha spesso preferito relegare nell’ombra. (Fonte PubMed, ndr).

Poi torniamo a casa, perché è proprio lì che il paradosso diventa più feroce. Lo stesso immaginario sociale che possiede mille battute, giustificazioni e ammiccamenti per raccontare la clandestinità sessuale maschile può mettere sotto processo una donna per molto meno. Una moglie non deve necessariamente tradire, non deve andare a letto con nessuno e non deve neppure volerlo fare: può semplicemente confessare che le piace sentirsi guardata, che la eccita accorgersi di essere ancora desiderata, che ha fantasticato su qualcuno oppure che vorrebbe esplorare con il proprio compagno qualcosa di diverso dalla rassicurante liturgia del sesso abituale.

Ed ecco che compare una parola antica, volgare e terribilmente efficiente: troia.

È forse questa una delle contraddizioni più oscene della nostra cultura sessuale: non serve che una donna faccia qualcosa; qualche volta basta che osi dichiararsi soggetto del proprio desiderio. Il vecchio doppio standard sessuale non è soltanto una sensazione. Una meta-analisi di 99 studi, per un totale di 123.343 partecipanti, ha rilevato la persistenza di un doppio standard tradizionale: un’attività sessuale frequente risultava maggiormente attesa e valutata più positivamente negli uomini rispetto alle donne. (PubMed)

Nel frattempo, però, la società reale si sta muovendo molto più velocemente della morale con cui continuiamo a giudicarla. Il rapporto Censis sulla sessualità degli italiani mostra, per esempio, che tra le donne la quota di chi dichiara sei o più partner nel corso della vita è passata dall’8,4% del 2000 al 21,8% nel 2025. Nello stesso periodo, le donne che riferiscono esperienze sessuali con tre o più persone sono passate dallo 0,7% al 6,8%, mentre tra gli uomini il dato è salito dal 3,2% al 20,1%. Ancora più interessante è forse un altro numero: il 56,4% delle donne considera oggi separabili piacere sessuale e amore, contro il 35,7% registrato nel 2000. Non significa che l’amore stia scomparendo; significa che sta cambiando il modo in cui una parte crescente della società concepisce il rapporto tra sentimento, corpo e desiderio. (Censis)

Ed è proprio dentro la coppia che questa trasformazione incontra il muro più difficile da abbattere. Chiediamo alla persona che amiamo sincerità assoluta, ma proprio sul desiderio costruiamo zone franche di menzogna. «Dimmi tutto», diciamo. Tutto, naturalmente, tranne chi hai guardato; tutto, tranne ciò che immagini quando chiudi gli occhi; tutto, tranne quella fantasia che ti eccita ma che forse non vorresti nemmeno realizzare; tutto, insomma, tranne quella parte di te capace di incrinare l’immagine rassicurante che mi sono costruito della persona che amo.

Abbiamo finito così per confondere troppo facilmente la fedeltà con la proprietà del desiderio. Essere fedeli può essere una scelta, un patto liberamente assunto e perfettamente legittimo tra due persone; pretendere che l’altro non provi più attrazione, curiosità o fantasia è qualcosa di completamente diverso. Come se pronunciare «ti amo» dovesse spegnere gli occhi, sterilizzare l’immaginazione e renderci improvvisamente impermeabili a qualsiasi altro essere umano.

Un pensiero, però, non è un tradimento; una fantasia non è un contratto e desiderare qualcosa non significa necessariamente volerla realizzare. È proprio qui che la parola perversione, privata per un momento del significato patologico o dispregiativo con cui viene spesso utilizzata nel linguaggio comune, può essere provocatoriamente restituita alla coppia: non come obbligo a trasgredire, né come gara a chi supera più limiti, ma come territorio privato nel quale due adulti consenzienti possono permettersi di esplorare ciò che normalmente nascondono.

Può essere un gioco, un ruolo, una fantasia condivisa, il piacere di sentirsi desiderati, il desiderio di guardare o di essere guardati; può significare coinvolgere altre persone, se entrambi realmente lo vogliono, oppure non coinvolgere mai nessuno e lasciare che tutto esista soltanto nella fantasia. Non esiste un grado di trasgressione necessario per essere una coppia libera, perché la libertà erotica non consiste nel fare tutto: consiste nel poter decidere insieme cosa fare, cosa non fare e cosa lasciare meravigliosamente confinato nell’immaginazione.

Il gesto più trasgressivo, allora, potrebbe essere molto più semplice di quanto immaginiamo: guardare la persona che ami e riuscire a dirle «C’è una cosa che mi eccita», senza sapere ancora quale sarà la sua reazione. Quella è una forma di nudità molto più profonda del togliersi i vestiti, perché non stai mostrando il corpo: stai consegnando all’altro una parte della tua mente sulla quale temi una sentenza. Se al posto della sentenza arriva curiosità, rispetto, magari un sorriso e un semplice «raccontami», succede qualcosa di molto più importante della fantasia stessa: nasce fiducia.

Forse, allora, il problema non è mai stato avere dei limiti. I limiti sono necessari, cambiano da persona a persona e, in una relazione sana, devono poter essere espressi e rispettati. Il problema è arrivare all’età adulta senza sapere più distinguere i limiti che abbiamo scelto da quelli che qualcuno ha messo dentro di noi.

Abbiamo costruito per secoli una società capace di strizzare l’occhio al marito fedifrago e, nello stesso tempo, di guardare con sospetto la moglie che osa ammettere di voler essere ancora desiderata. Abbiamo tollerato la doppia vita molto più facilmente della doppia fantasia; abbiamo insegnato agli uomini a nascondere certe pulsioni e alle donne a sorvegliarle, poi abbiamo chiuso entrambi nella stessa camera da letto pretendendo che si raccontassero tutto.

E infine ci siamo stupiti quando hanno smesso di raccontarsi chi erano.

Per generazioni ci hanno avvertito che certe fantasie, certi desideri e certe trasgressioni avrebbero potuto distruggere la coppia. Naturalmente può succedere: la libertà senza consenso, rispetto e reciprocità non è libertà di coppia, è sopraffazione. Ma forse è arrivato il momento di avere il coraggio di formulare anche l’accusa opposta:

quante coppie abbiamo lentamente ammazzato insegnando agli uomini a nascondere ciò che desiderano e alle donne a vergognarsi persino di desiderare?
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